Category: News Energia

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Questo Natale dona per salvare la foresta indonesiana

Cancelliamo la data di scadenza delle foreste causata dalla produzione forsennata di olio di palma

Per creare piantagioni di palma da olio la foresta indonesiana viene distrutta senza scrupoli: una tragedia ambientale che ha un forte impatto sugli abitanti del luogo e sui lavoratori sfruttati nelle piantagioni (o per la coltivazione intensiva di questa oleaginosa), ma soprattutto per gli animali della foresta, costretti a fuggire per non restare arsi vivi.

 

Per questo abbiamo deciso di dedicare la nostra campagna di raccolta fondi natalizia all’inferno scatenato in Indonesia dalla produzione indiscriminata di olio di palma, che viene poi acquistato dalle grandi multinazionali produttrici di snack o cosmetici.

Non possiamo restare fermi sapendo che 25 oranghi muoiono ogni giorno a causa di questo scempio o che per colpa della deforestazione selvaggia restano meno di 400 tigri di Sumatra. Puoi aiutarci facendo un dono agli abitanti della foresta minacciati dalla distruzione del loro habitat: solo così potremo continuare ad entrare in azione per difendere la casa degli ultimi oranghi e delle ultimi tigri di Sumatra.

Scegliendo la donazione mensile sarà possibile avere le spese di spedizione gratis per i tuoi acquisti solidali sullo shop Greenpeace per tutto il 2018.

Vai su http://undonoperlaforesta.greenpeace.it e suggerisci ai tuoi amici di fare lo stesso!


November 19, 2018 0

Generali fa un passo concreto per abbandonare il carbone!

L’annuncio dopo le nostre pressioni per lasciare la più inquinante delle fonti fossili

Ce l’abbiamo fatta, insieme: il Consiglio d’Amministrazione di Generali ha deciso adottare una policy coraggiosa per ridurre l’esposizione del Leone di Trieste verso il carbone, il più inquinante dei combustibili fossili. Una decisione che arriva dopo un anno di intensa campagna supportata da decine di migliaia di persone che hanno aderito all’appello lanciato in Italia insieme all’associazione re:Common.

Generali ha deciso di compiere un passo importante in difesa dei cittadini. Abbandonare il carbone, come il colosso assicurativo italiano dimostra oggi di voler fare, significa voler fermare la più inquinante fonte energetica, nonché una delle principali cause dei cambiamenti climatici.

Alluvioni, siccità, trombe d’aria e altri fenomeni meteorologici estremi sono la diretta conseguenza del clima che cambia, e sono purtroppo una drammatica realtà già oggi in tutta Italia. È dunque un’ottima notizia che Generali stia decidendo di anteporre le persone e il clima ai propri interessi economici a breve termine. Ora monitoreremo che alle parole seguano i fatti, e che il Leone di Trieste abbandoni presto tutte le attività carbonifere anche in Polonia e Repubblica Ceca. 

L’annuncio di Generali in breve:

  • Generali ha ufficializzato che non fornirà più coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali centrali a carbone, senza alcun tipo di eccezione, e la compagnia triestina non accetterà come nuovi clienti società attive nel comparto carbonifero;
  • Per quanto riguarda gli attuali clienti con interessi nel settore del carbone, tra cui l’utility polacca PGE e la ceca CEZ, Generali fa sapere di avere iniziato con loro un protocollo di ingaggio, la cui prima fase terminerà ad inizio 2019. Se entro allora tali società non avranno presentato dei piani di transizione credibili, Generali interromperà i rapporti con questi clienti; 
  • Sul lato investimenti, per quanto riguarda le equity, Generali si impegna a completare il disinvestimento dalle società attive nel carbone entro aprile 2019, mentre per i bond attenderà la naturale scadenza.

Sarebbe stato possibile senza di te? No: è insieme che riusciamo a convincere anche le grandi aziende a fare scelte più responsabili!


November 9, 2018 0

Non chiamatelo maltempo

Qualche anno fa si parlava di cambiamenti climatici come una minaccia per il futuro. Oggi, purtroppo, gli effetti dei cambiamenti climatici sono in tutta Italia, ma li chiamiamo maltempo. D’altronde, con il maltempo non ci si può arrabbiare. Con i cambiamenti climatici si potrebbe invece provare a chiarire le cause, note da anni alla scienza, e le conseguenti responsabilità di chi per decenni non ha fatto nulla. Responsabilità che sono sia della politica, che fa lo slalom tra annunci ed impegni non abbastanza ambiziosi, sia delle aziende che da anni bruciano carbone, petrolio e gas lasciando le conseguenze sulle spalle, e sui polmoni, dei cittadini.

Più facile allora chiamarlo maltempo, bombe d’acqua, ondate di calore. Poco si può fare contro questi eventi meteo. Stare chiusi in casa, al massimo, e quando la tempesta è passata lasciare spazio per qualche passerella politica, magari con la tuta della protezione civile. Senza mai parlare delle vere cause e delle possibili soluzioni, sia chiaro, perché con quelle non si guadagnano voti.

Eppure è la scienza a dirci che bombe d’acqua, ondate di calore, siccità, e tutti i fenomeni meteorologici estremi sono sempre più intensi e frequenti proprio a causa dei cambiamenti climatici. Sempre la scienza, in particolare l’IPCC – il braccio scientifico dell’ONU che si occupa dei cambiamenti climatici – ha delineato delle chiare soluzioni: abbandonare i combustibili fossili, carbone petrolio e gas, e accelerare la transizione energetica verso un mondo 100% rinnovabile. Oltre che diminuire il consumo di carne e fermare la deforestazione. Il tutto, a detta degli scienziati, va fatto adesso. Non domani, oggi. Senza mezzi termini. 

La politica però preferisce chiamare tutto questo maltempo. Supportata da gran parte dei mezzi di informazione, che si guardano bene dal fare parlare uno scienziato di questo “maltempo”: meglio dare spazio a politici che si rimpallano le responsabilità in un terribile gioco a chi ha fatto peggio nella difesa del territorio.

Se in Italia il collegamento tra maltempo e cambiamenti climatici è ancora latitante, non è cosi in altre parti del mondo. Ci sono infatti persone che hanno addirittura deciso di percorrere oltre 2mila km a piedi per difendere il clima. Si chiamano “pellegrini per il clima” e sono un gruppo che è partito da Roma lo scorso 3 ottobre, dopo aver incontrato il Papa, e che arriverà a Katowice, in Polonia, ad inizio dicembre. Punto di arrivo non scelto a caso, visto che proprio a Katowice a dicembre si terrà la COP24, l’annuale conferenza sul clima. Una delle ultime possibilità per la politica di prendere impegni concreti di riduzione delle emissioni e di produzione di energia da rinnovabili che ci permettano di limitare gli effetti dei disastri climatici.

 

Questi pellegrini vengono da tutto il mondo: Filippine, Irlanda, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e… Italia. A queste persone non sfugge il collegamento tra maltempo e cambiamenti climatici. Uno di loro, ad esempio, si chiama AG e viene dalla Filippine. A causa del tifone Haiyan, che ha colpito il suo Paese nel 2013, ha perso quasi tutta la famiglia e i suoi amici. Lui è uno dei pochi sopravvissuti al più devastante tifone della storia, con venti a quasi 350 chilometri orari. E oggi ha la forza di girare il mondo, insieme alla sua nuova famiglia di pellegrini, portando un messaggio di speranza. Ma anche di urgenza, di necessità di agire subito.

Questo gruppo di persone, motivate, forti e sorridenti, ha passato ieri il confine dell’Italia entrando in Slovenia. In 4 settimane di cammino sul suolo italiano ha incontrato centinaia di persone, studenti, sindaci, vescovi, comunità locali, che li hanno accolti con grande calore e orecchie pronte ad ascoltare. Il messaggio principale che questo gruppo di camminatori ha lasciato in Italia è che ognuno può fare la sua parte. A cominciare da tutti noi, con le nostre scelte individuali, ma non solo. 

Le aziende ad esempio giocano un ruolo decisivo nella partita dei cambiamenti climatici. E per questo motivo lo scorso sabato i pellegrini hanno incontrato Assicurazioni Generali, il più grande gruppo assicurativo italiano, che da un anno è al centro di una campagna internazionale che chiede al Leone di Trieste di smettere di assicurare ed investire nel carbone, la più inquinante fonte di energia che esiste. Il gruppo di camminatori ha raccontato le proprie storie, facendo capire a Generali che quelli che per loro sono solo investimenti, possono invece trasformarsi in disastri climatici, vittime e tragedie. O si è parte della soluzione o si è parte del problema. Non ci sono vie di mezzo. Generali è chiamata a decidere una volta per tutte quale ruolo vuole giocare. E deve farlo subito, perché la COP24 è alle porte.

Ma se ognuno deve far la sua parte, chi deve indubbiamente fare più di tutti è la politica che in questo campo in Italia non si distingue certo per ambizione e concretezza. Proprio ieri il ministro dell’interno Salvini ha detto in conferenza stampa che “Troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto, che non ti fanno toccare l’albero nell’alveo, ed ecco che l’alberello ti presenta il conto”. Salvini non ha mai nominato i cambiamenti climatici durante il suo discorso. Forse non gli è chiaro che il conto lo stanno presentando i cambiamenti climatici, non l’alberello.

Tutto questo non stupisce, visto che proprio Salvini nel 2016 ha votato nell’Europarlamento contro l’adozione degli accordi di Parigi. Proprio quegli accordi che tutti, da Papa Francesco a grandi manager di aziende come Apple, hanno accolto come il possibile punto di svolta nella lotta ai cambiamenti climatici. Salvini e la Lega si sono opposti a quegli accordi.

E anni prima, nel 2009, sempre la Lega ha votato al Senato una risoluzione negazionista sul tema dei cambiamenti climatici. Andando così contro il messaggio sostanzialmente unanime della scienza. In compenso però Salvini ha gioito per l’elezione di Trump, dichiarando che “grazie a Trump il dibattito sul clima ora torna serio”. 

Forse il ministro Salvini preferisce parlare con Trump, che ha dichiarato di voler abbandonare gli accordi di Parigi e bruciare carbone per i decenni a venire, piuttosto che con gli ambientalisti, che lui definisce da salotto. Noi saremmo contenti di sederci nel suo di salotto, per fargli una semplice domanda: “La Lega è un partito negazionista sui cambiamenti climatici, che preferisce Trump alla scienza, e da la colpa del maltempo agli alberelli?”

Gli italiani dovrebbero poter sapere qual è la posizione del partito di governo su questo tema che è ormai su tutti i quotidiani, anche se sotto il falso nome di “maltempo” e se il Ministro Salvini vuol continuare a dare la colpa ai salotti e al meteo inclemente o se intende ascoltare il monito della comunità scientifica internazionale. Prima che sia troppo tardi.

 

Luca Iacoboni, campaigner Energia e clima 


November 5, 2018 0

Rio Mare punta alla pesca sostenibile!

Il colosso del tonno si impegna per ridurre l’utilizzo dei metodi di pesca più dannosi: è successo anche grazie a voi!

Oggi è un giorno importante per Greenpeace e per migliaia di consumatori che per anni hanno chiesto alle aziende di scegliere di stare dalla parte del mare: Rio Mare ha finalmente deciso di accettare la sfida e prendere impegni ambiziosi per ridurre l’utilizzo dei metodi di pesca più dannosi. 

Solo un anno fa un altro colosso mondiale Thai Union prendeva impegni importanti nella stessa direzione. 

Una vittoria a cui Greenpeace lavora da 8 anni, quando ha pubblicato per la prima volta la classifica “Rompiscatole” in cui Rio Mare occupava uno degli ultimi posti, non avendo nemmeno una politica aziendale sulla sostenibilità. 

Grazie a un percorso a volte lento e fatto di impegni presi a metà ma anche marcato da passi importanti, come il lancio di linee con tonno pescato a canna sui più importanti mercati europei, oggi decide di fare una scelta decisa e coraggiosa per fermare la pesca che distrugge i nostri mari. 

Adesso solo chi farà seguire alle parole i fatti diventerà davvero l’azienda di tonno più sostenibile al mondo.


October 25, 2018 0

Monsanto e la finta rete di agricoltori

La Monsanto ha pagato un’azienda di consulenza per creare una finta rete di agricoltori per promuovere il glifosato.

Un’ indagine di Greenpeace ha rivelato che nel 2017 la Monsanto ha pagato un’azienda di consulenza per creare una finta rete di agricoltori a livello europeo per promuovere il glifosato, l’ingrediente chiave del famoso erbicida della Monsanto, il Roundup
Questo mentre migliaia di persone, si mobilitavano per chiedere all’unione Europea il bando permanente di questo pericoloso erbicida.

La campagna pro-glifosato è stata guidata dalla Red Flag Consulting, una società con base a Dublino, attraverso attività di pubbliche relazioni e una massiccia presenza negli stand delle fiere agricole in diversi paesi dell’UE, inclusa l’Italia. Sono stati ricollegati a questa operazione 33 eventi dall’inizio del 2017.

Alla campagna ha collaborato anche la Lincoln Strategy, la società che ha condotto la campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016.

La finta rete comprende Libertà di coltivare in Italia, Agriculture et Liberté in Francia, Free to Farm nel Regno Unito, Raum für Landwirtschaft in Germania, Libertad para consultar in Spagna, Rolnictwo Dobrej Praktyki in Polonia e Vrijheid om te Boeren nei Paesi Bassi.

Nel 2017 oltre un milione di persone in tutta Europea ha chiesto all’Unione Europea lo STOP di questo erbicida pericoloso.

Ma gli interessi delle multinazionali sono enormi ed è stato autorizzato nuovamente per altri 5 anni.

L’Italia ha detto che avrebbe eliminato il glifosato entro 3 anni: questo impegno deve essere mantenuto con un programma chiaro per il phase-out di questo erbicida, già avviato in altri Paesi.

Dobbiamo ridurre l’utilizzo di fitofarmaci nei nostri campi per promuovere sempre più un’agricoltura di qualità, che punti a tutelare le risorse naturali e gli interessi di consumatori e agricoltori, piuttosto che il fatturato di qualche multinazionale.

Leggi qui l’indagine completa di Greenpeace


October 24, 2018 0

“FRA poco spariranno”: il nostro nuovo report

La pesca nelle aree di riproduzione dello Stretto di Sicilia è fuori controllo

Abbiamo perso almeno dodici anni per dare una speranza di futuro al mare, alle sue risorse e ai pescatori. Le misure di tutela delle aree di riproduzione (nurseries) delle specie ittiche più importanti dello Stretto di Sicilia, gambero rosa (o bianco) e nasello (spesso impropriamente chiamato “merluzzo”), sono fallite. A dirlo il nostro nuovo rapporto “FRA poco spariranno” a pochi giorni dall’apertura dei lavori della 42ma Sessione della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM-FAO).

Negli ultimi tre anni circa almeno 147 pescherecci a strascico sono stati impegnati in presunte attività di pesca in tre delicate aree del tratto di mare che divide Sicilia e Tunisia Sono tutti pescherecci italiani, provenienti soprattutto dai porti di Mazara del Vallo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata e Portopalo di Capo Passero.

Eppure la proposta di vietare la pesca nelle aree di riproduzione per garantire un futuro alle risorse di gambero rosa e nasello, la cui pesca vale intorno ai 48 milioni di euro, risale almeno al 2006. Il paradosso, dimostrato dal rapporto “FRA poco spariranno”, è che l’attività di pesca entro le tre FRA (Fisheries Restricted Areas) sembra addirittura essere aumentata dopo la loro “istituzione”. La cosa più incredibile è che i pescherecci che abbiamo identificato non hanno fatto nulla di illegale perché le raccomandazioni del CGPM-FAO sono rimaste solo sulla carta e la pesca tende pure ad aumentare!

 Al CGPM-FAO chiediamo di intervenire con fermezza nei confronti dell’Italia che non ha fatto assolutamente nulla di concreto per far rispettare una norma così elementare come il divieto di pesca nelle zone dove i pesci si riproducono.

 


October 16, 2018 0

F.R.A. poco spariranno

Greenpeace, nel rapporto “FRA poco spariranno”, denuncia il fallimento delle misure di tutela delle aree di riproduzione (nurseries) delle specie ittiche più importanti dello Stretto di Sicilia: gambero rosa (o bianco) e nasello (spesso impropriamente chiamato “merluzzo”), da tempo in crisi.

Analizzando i dati del sistema di identificazione automatica (Automatic Identification System, AIS), il rapporto mostra, infatti, che negli ultimi tre anni circa almeno 147 pescherecci a strascico sono stati impegnati in presunte attività di pesca in tre delicate aree del tratto di mare che divide Sicilia e Tunisia Sono tutti pescherecci italiani, provenienti soprattutto dai porti di Mazara del Vallo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata e Portopalo di Capo Passero. 

Leggi il rapporto


October 16, 2018 0

Si espande la contaminazione da idrocarburi nel Santuario dei Cetacei

Una macchia di idrocarburi che interessa oltre 100 chilometri quadrati nel Santuario dei Cetacei: questo mostrano le immagini satellitari che abbiamo elaborato, dopo la collisione avvenuta domenica scorsa tra il portacontainer Virginia e il traghetto Ulysses.

In poche ore, l’area interessata dalla contaminazione si è allargata, passando dai circa 88 chilometri quadrati dell’8 ottobre ai 104 chilometri quadrati di ieri, 9 ottobre.

 

Le foto sono state ottenute dal Satellite SENTINEL (https://apps.sentinel-hub.com/eo-browser/) e l’area interessata dalla contaminazione è stata calcolata utilizzando il programma ArcGIS per desktop app con il sistema di proiezione delle coordinate Europe_Albers_Equal_Area_Conic.

Si tratta dell’ennesimo disastro che si verifica nel Santuario dei Cetacei. Recuperare gli idrocarburi dispersi è impossibile, e se non si mettono a punto meccanismi efficaci per prevenire simili incidenti, quell’area correrà un rischio costante.

Le prossime ore potrebbero essere decisive per l’evoluzione di questo disastro! Fino ad ora, infatti, le condizioni meteo sono state ottimali, ma tra ventiquattro ore nella zona sono previste onde di due metri. Ciò potrebbe comportare non solo un’ulteriore dispersione degli idrocarburi fuoriusciti dalla portacontainer Virginia, ma anche rendere difficoltosa l’operazione di separazione delle due navi. Inoltre, in condizione di mare agitato, le due navi potrebbero subire danni ulteriori con conseguenze pericolosamente imprevedibili.

 

Il Santuario oggi è indifeso, questo è solo l’ultimo di una lunga fila di incidenti avvenuti in quelle acque: da quello della Costa Concordia, alla perdita di bidoni con sostanze pericolose al largo della Gorgonia, per arrivare al naufragio del cargo turco Mersa 2 sull’Isola d’Elba.

Per questo chiediamo al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e ai suoi colleghi di Francia e Monaco/Montecarlo, di proteggere davvero il Santuario dei Cetacei e di non lasciare che rimanga soltanto un Santuario virtuale!


October 10, 2018 0

Il rapporto IPCC sulla lotta ai cambiamenti climatici spiegato in 10 punti

Un piano ben definito per riuscire a limitare con urgenza il riscaldamento globale. È quanto propone l’atteso “Special Report on 1.5 degrees Celsius”, presentato in Corea nelle scorse ore dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC).

 

Il report mostra come le emissioni globali debbano essere dimezzate entro il 2030, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Se infatti si dovesse continuare ad emettere CO2 ai ritmi odierni, ci si attende che la temperatura del Pianeta superi il grado e mezzo di aumento entro pochi anni.

Ma cosa suggerisce la scienza per evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici?

Lo riassumiamo in 10 punti.

  1. Un aumento di 2 gradi Celsius della temperatura media globale è assai più pericoloso di quello che si pensava nel 2015, quando fu firmato l’Accordo di Parigi. Il nuovo rapporto dell’IPCC sottolinea rischi significativamente più elevati per il genere umano, la biosfera e le economie.
  2. Limitare l’aumento della temperatura globale media a 1,5 gradi, invece che a 2 gradi, farebbe una grande differenza per la vita negli oceani e sulla terra. Proteggerebbe centinaia di milioni di persone dalle ondate di calore estreme, dimezzerebbe l’aumento della popolazione che soffrirà la scarsità d’acqua e aiuterebbe a raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e di sradicare la povertà.
  3. Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi o meno, è un obiettivo sfidante ma ancora raggiungibile, se saremo veloci, determinati e fortunati, e se acceleriamo le azioni su tutti i fronti.
  4. Esistono già le soluzioni che possono farci dimezzare le emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2030, in maniera da sostenere gli obiettivi di sviluppo e darci società più sane e prospere.
  5. I prossimi anni sono quelli cruciali per portare il mondo in una traiettoria di trasformazione e ridurre le emissioni di carbonio, aumentare le aree forestate per giungere a emissioni nette nulle entro e non oltre la metà del secolo. Con gli attuali obiettivi di riduzione di emissioni al 2030 non abbiamo speranza di farcela. I Paesi devono fissare obiettivi più ambiziosi.
  6. Dobbiamo pensare in grande ad ogni livello, coinvolgendo tutti. La sfida non ha precedenti e non sarà vinta solo con la tecnologia o l’economia. Abbiamo bisogno di una migliore governance, e una più profonda comprensione delle trasformazioni di sistema e di come motivare per il cambiamento. E abbiamo bisogno di prepararci per gli impatti e le perdite che non potranno più essere evitate, soddisfacendo le necessità delle persone più a rischio.
  7. Siamo già a 1 grado Celsius sopra i livelli preindustriali. Se le temperature continueranno a crescere alla velocità attuale, il livello di 1,5 gradi verrebbe raggiunto tra il 2030 e il 2052.
  8. Un ulteriore aumento di 0,5 gradi aumenterebbe di molto i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Già con 1,5 gradi si potrebbero destabilizzare le calotte glaciali, uccidere fino al 90 per cento dei coralli e causare problemi severi agli ecosistemi marini, all’Artico e alle persone.
  9. Il degrado ambientale in generale, e i cambiamenti climatici in particolare, sono già oggi tra le cause scatenanti di notevoli spostamenti di popolazioni sfollate costrette ad abbandonare i loro territori per sfuggire a siccità, inondazioni, carestie. Questa tendenza sta purtroppo aggravandosi e con un aumento di 2 gradi i flussi migratori sarebbero certamente ingestibili e incontrollabili.
  10. Limitare l’aumento a 1,5 gradi comunque ridurrebbe gli ulteriori rischi e impatti in modo significativo come rappresentato nella tabella successiva.

Impatti e rischi: scenari a 1,5°C e 2°C

Calotte di ghiaccio: punto di non ritorno

L’instabiltà di Groenlandia e Antartide, che potrebbe portare allo scioglimento di ghiacci e al relativo aumento del livello dei mari di diversi metri, avverrebbero tra i 1,5°C – 2°C di aumento della temperatura globale

Eventi estremi

Previsto sostanziale incremento degli eventi estremi con aumento tra 1,5°C e i 2°C

Ondate di calore

Un aumento di 1,5°C, rispetto ai 2°C, ridurrebbe di circa 420 milioni di unità il numero di persone esposte con frequenza a ondate di calore

Livello dei mari

Un aumento di 1,5°C, rispetto ai 2°C, ridurrebbe di circa 10 milioni di unità il numero di persone esposte ai rischi di innalzamento dei mari

Scarsità di acqua

La proporzione di popolazione mondiale esposta a scarsità di acqua si ridurrebbe del 50% in uno scenario a 1,5°C rispetto ai 2°C

Povertà e rischi multi-settoriali

Un numero quattro volte maggiore di persone sarebbe esposto a povertà e rischi multisettoriali nello scenario a 2°C rispetto a 1.5°C (86- 1.229 milioni vs 24-357 milioni)

Sistema alimentare

Un aumento di 2°C, rispetto a 1,5°C, vorrebbe dire decuplicare il numero di persone esposte a carestie

Servizi degli ecosistemi

Con uno scenario a 1,5°C rispetto ai 2°C, ci sarebbero importanti benefici per l’acqua dolce, per gli ecosistemi terrestri e costieri e per la conservazione dei loro servizi all’umanità

Perdita di specie e estinzioni

Il numero di specie che perderebbero la metà dei loro individui sarebbe ridotta del 50% per piante e vertebrati e del 66% per gli insetti con uno scenario a 1,5°C, anziché a 2°C

Ecosistemi

L’area della Terra soggetta a cambiamenti degli ecosistemi sarebbe ridotta della metà a 1,5°C rispetto a 2°C

Artico

Il rischio di avere un Artico senza ghiacci sarebbe ridotto a una possibilità al secolo a 1,5°C, rispetto a una possibilità ogni 10 anni a 2°C

Permafrost

Stabilizzare la temperatura media globale a 1,5 °C invece che 2 °C salverebbe circa 2 milioni di chilometri di permafrost

Impatti sugli oceani

Gli ecosistemi marini, che stanno già sperimentando cambiamenti su larga scala, presentano una soglia critica stimata da 1,5°C in su

Coralli

I coralli in acque calde perderebbero il 70-90% di copertura a 1,5°C e il 99% a 2°C di riscaldamento globale

Pesca

Con 1,5°C la diminuzione del pescato globale annuale si ridurrebbe della metà rispetto allo scenario a 2°C


October 8, 2018 0

Plastic Radar: i risultati

L’usa e getta di San Benedetto, Coca-Cola e Nestlé inquina i mari italiani

Vi abbiamo chiesto una mano e voi c’eravate: ci avete segnalato quasi 6800 rifiuti, il 90% dei quali in plastica usa e getta, e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé. Sono questi i dati di Plastic Radar, l’iniziativa che abbiamo lanciato pochi mesi fa, per raccogliere le segnalazioni di rifiuti in plastica attraverso WhatsApp e far luce sullo stato dell’inquinamento da plastica sulle spiagge, sui fondali e nei mari italiani. 

Più di 3200 persone hanno partecipato a Plastic Radar diventando parte attiva nella denuncia di questa grave crisi ambientale e chiedendo un cambio di direzione nell’attribuzione della responsabilità.

Sebbene Plastic Radar non rappresenti un rigoroso strumento di analisi scientifica, la numerosità del campione di segnalazioni ottenute consente un buon livello di confidenza in merito ai risultati dell’attività. L’analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica presenti lungo i litorali italiani ha permesso non solo di far luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti, ma di individuare anche i marchi e le aziende produttrici.

Delle quasi 6800 segnalazioni valide ricevute, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, in gran parte rappresentati da:

  • bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento)
  • confezioni per alimenti (circa il 10 per cento),
  • frammenti (6 per cento),
  • sacchetti di plastica (4 per cento),
  • bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento)
  • e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).

Per quel che riguarda le reti da pesca, la maggior parte è stata segnalata dalle coste del Mar Adriatico e del Mar Ionio, con un contributo importante delle reti tubolari utilizzate da alcuni anni negli allevamenti di cozze.

Considerando che la tipologia di rifiuto in plastica più segnalata è rappresentata dalle bottiglie per l’acqua minerale e le bevande, non sorprende che il PET (Polietilene Tereftalato) sia risultato il polimero più comune nei mari italiani, seguito dall’HDPE (Polietilene ad alta densità). Dalle segnalazioni in cui è stato possibile identificare il marchio di appartenenza, è emerso che gran parte di queste era riconducibile alle aziende produttrici San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé.


September 21, 2018 0