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Mobilità sostenibile: Milano prima in classifica, Palermo ultima

Ecco come si spostano (o sono costretti a spostarsi) i cittadini a Milano, Torino, Roma e Palermo

Nel rapporto “Living. Moving. Breathing. Ranking of 4 major Italian cities on Sustainable Urban Mobility”, da noi commissionato al Wuppertal Institute, abbiamo comparato Milano, Torino, Roma e Palermo sulla base di dati relativi al 2016 e provenienti da fonti pubbliche ufficiali o direttamente dalle amministrazioni cittadine. Le 4 città sono state “lette” attraverso la lente di diversi indicatori, sintetizzati in 5 parametri principali:

  • sicurezza stradale,
  • qualità dell’aria,
  • gestione della mobilità,
  • trasporti pubblici,
  • mobilità attiva.

Secondo lo studio, la città dove la mobilità è più sostenibile è Milano, che in termini di punteggio stacca nettamente le altre tre. Tra queste ultime (Torino seconda, Roma terza e Palermo ultima) le differenze di punteggio complessivo non sono marcate, ma i punteggi specifici ottenuti sui diversi parametri ci danno uno spaccato delle grandi differenze di questi 4 contesti urbani.

Milano è una città che sta trasformando profondamente la propria urbanistica e la propria logistica per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini e la mobilità. Altre città, come Roma e Palermo, partono da condizioni nettamente arretrate e hanno bisogno di migliore progettazione, maggiore coraggio da parte dei loro amministratori, nonché capacità di investire meglio i fondi di cui dispongono, spesso insufficienti.

Milano registra buone performance in materia di trasporto pubblico e mobility management; si tratta degli stessi indicatori, specularmente, che hanno invece maggiormente determinato il risultato negativo di Palermo. In generale le città italiane mostrano tassi di mobilità attiva – uso della bicicletta e spostamenti pedonali – molto più bassi di quelli di altre città europee e un livello di sicurezza stradale preoccupante. Torino è risultata essere la città con le strade più insicure, cioè con il più alto numero di morti tra pedoni e ciclisti in rapporto alla popolazione, oltre ad essere la città con l’aria più inquinata.

Roma non brilla per mobility management: il risultato è che l’uso del mezzo privato non è minimamente disincentivato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40% dei tempi di spostamento, causato dall’alto numero di automobili presenti sulle strade.

A Palermo i livelli di congestionamento del traffico sono persino leggermente superiori.

La disponibilità di servizi di bike e car sharing è buona a Milano, modesta a Roma (specie in rapporto alla superficie della città) e nel capoluogo siciliano.

La qualità del trasporto pubblico è forse l’indicatore sul quale si registrano le distanze maggiori tra i quattro sistemi urbani: da Milano, che ha un TPL di livello “europeo”, a Torino, dove il servizio è già meno efficiente e utilizzato; fino alla crisi di ATAC a Roma, assurta alle cronache nazionali, e al bassissimo livello di utilizzo dei mezzi pubblici da parte dei palermitani. Questi ultimi utilizzano un mezzo privato per il 75% degli spostamenti in città; i milanesi vi ricorrono invece solo nel 43% dei casi.

La situazione dell’inquinamento atmosferico è grave in ognuna delle città oggetto della ricerca: tutte e quattro superano, ad esempio, i livelli di concentrazione massimi previsti dalle normative per il biossido di azoto, un gas tipico delle emissioni dei veicoli diesel.

Per cambiare questa situazione, bisogna ripensare la mobilità: mettiamo in moto la rivoluzione urbana!

 


June 19, 2018 0

Carne a tavola? Meno è meglio!

Abbiamo celebrato da poco il “World meat free day”, la Giornata globale senza carne. Che aveva lo scopo di sensibilizzare le persone a mangiare in modo più sostenibile, per rispettare l’ambiente, ma anche per la propria salute.

  

Consumare pasti ricchi di verdure e di proteine vegetali riduce il rischio di malattie cardiache e di cancro, fa vivere più a lungo e più sani.  Con diete più sane, ovvero più verdure e legumi e meno carne, potremmo evitare 5 milioni di morti all’anno entro il 2050, a livello mondiale, ovvero 9 persone al minuto.

Fermiamoci a pensare un attimo: per ogni giorno in cui evitiamo di mangiare carne rossa trasformata, guadagniamo 44,63 minuti di vita: dopo un mese, questo significa vivere una giornata intera più a lungo!

Meno carne vuol dire non solo un vantaggio per la nostra salute, ma anche per quella del Pianeta. Un quarto di tutte le emissioni di gas serra può essere ricondotto a ciò che mangiamo. Per ogni

singola porzione di manzo, vengono rilasciati 330 grammi di anidride carbonica. È un impatto equivalente a percorrere 4,8 chilometri in auto. Una porzione analoga di origine vegetale, invece, ne rilascia solo 14 grammi.

 

Pensiamo anche all’acqua necessaria. La produzione di carne di manzo richiede una quantità di acqua dolce sei volte maggiore rispetto alla coltivazione di lenticchie o fagioli, per grammo di proteine. La crescita della produzione di carne provoca un consumo di acqua sempre maggiore a causa dell’aumento della domanda di colture destinate alla mangimistica.

L’allevamento di bestiame occupa il 26 per cento della superficie terrestre e a livello mondiale circa un miliardo di tonnellate di cereali viene utilizzato annualmente come foraggio. Potremmo nutrire 3,5 miliardi di persone con la stessa quantità di cereali entro il 2050, contribuendo a migliorare l’equilibrio tra ecosistemi naturali (come le foreste) e terreni per la produzione agricola.

Greenpeace ha recentemente lanciato un  rapporto e una campagna a livello globale con un obiettivo molto ambizioso, ma necessario e impellente: ridurre la produzione e il consumo e di carne e prodotti lattiero-caseari del 50 per cento, a livello globale, entro il 2050. 

Unisciti anche tu a questa campagna, prova ad aumentare la percentuale dei tuoi pasti a base di ingredienti di origine vegetale. La tua salute e il Pianeta ringraziano.


June 13, 2018 0

Attiva il tuo Plastic Radar!

L’iniziativa per segnalare i rifiuti di plastica in mare

Quante volte avrai visto rifiuti di plastica in giro, magari nei posti cui sei più affezionato o nei luoghi di vacanza? Noi vogliamo sapere non solo qual è la tipologia di rifiuto di plastica che più comunemente rovina l’ambiente (e le nostre vacanze), ma anche a quali marchi appartengono questi rifiuti. Per questo oggi lanciamo il nostro “Plastic Radar”, il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie dei mari italiani. È possibile partecipare inviando le segnalazioni su Whatsapp, al numero +39 342 3711267.

 

Attraverso il sito plasticradar.greenpeace.it sarà infatti possibile consultare i risultati e scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni nei mari italiani, a quali categorie merceologiche appartengono, se sono in plastica usa e getta o multiuso e da quali mari italiani arriva il maggior numero di segnalazioni.

Insomma, se le spiagge e i fondali marini sono soffocati dalla plastica, questo non vuol dire che dobbiamo rassegnarci a convivere con la presenza di rifiuti in plastica ma ad accendere i riflettori su questo grave inquinamento che rappresenta una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi.

Per effettuare una segnalazione sarà necessario scattare una foto del rifiuto e, se possibile, fare in modo che sia riconoscibile il marchio e il tipo di plastica di cui è costituito. Successivamente va inviata, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. Noi elaboreremo le vostre segnalazioni e i dati relativi a tipo di rifiuto e posizione saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito Plastic Radar!

 Se vogliamo fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari, è necessario che le grandi aziende affrontino concretamente le loro responsabilità, in particolare riguardo la plastica monouso, avviando immediatamente programmi che riducano drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta.


June 1, 2018 0

Eroi della rivoluzione urbana!

Oggi i nostri volontari hanno premiato chi lascia l’auto a casa

Chi sceglie di muoversi a piedi, in bici, con il trasporto pubblico locale o la mobilità condivisa elettrica, aiutando a decongestionare le strade dal traffico, va ringraziato, se non premiato.

E noi l’abbiamo fatto: oggi i nostri volontari erano presenti in molte città italiane, per porre l’accento sulla necessità di una vera rivoluzione che coinvolga gli spazi urbani in cui viviamo, all’insegna della mobilità sostenibile e dell’abbattimento dei livelli di inquinamento che attanagliano le nostre città.

I volontari hanno consegnato coccarde premio a cicilisti, pedoni e utenti dei mezzi pubblici o condivisi ed elettrici: sono gli “urban heroes” di tutti i giorni. 

Nelle nostre città vivono, a volte ‘inconsapevoli’, dei semplici, ordinari, quotidiani “eroi” della mobilità: persone che si spostano usando solo i mezzi pubblici, la bicicletta, il car sharing elettrico, o semplicemente andando a piedi. A volte lo fanno tra molte difficoltà, ma la loro pratica e il loro esempio sono il miglior viatico per cambiare presto le nostre città. A tutti loro va il nostro “grazie”.

 

 

L’IPCC prevede che, al 2050, la popolazione mondiale sarà di 10 miliardi di persone, e due terzi di queste risiederanno in grandi centri urbani: la grande sfida della mobilità sostenibile sarà consentire alle persone di muoversi senza impatti negativi sulla loro salute e quella del Pianeta. 

In molte grandi città del mondo, grazie a politiche e investimenti coraggiosi, intelligenti e innovativi, è in corso una rivoluzione urbana della mobilità. Queste città hanno più aree verdi, spazi per la socialità, un trasporto pubblico efficiente e infrastrutture per la mobilità pedonale e ciclistica. Promuovono il car sharing e il ride sharing elettrici e offrono servizi su tutto il territorio, così da ridurre il bisogno di lunghi spostamenti. Sono città con meno smog, meno parcheggi, cittadini più sani e liberi. 

L’Italia è indietro su molti fronti, quanto a promozione della mobilità sostenibile. Nel nostro Paese c’è un livello di motorizzazione significativamente più alto degli altri Paesi dell’Unione. Con 62,4 auto ogni 100 abitanti, l’Italia si colloca al primo posto nella graduatoria dei maggiori Paesi europei per rapporto tra autovetture circolanti e abitanti. 

Rivoluziona anche tu la tua mobilità!


May 26, 2018 0

Mobilità sostenibile: ecco la classifica delle città europee

Roma ultima, Copenaghen prima: immaginabile, ma chi l’ha detto che non possiamo cambiare?

Roma fanalino di coda in fatto di mobilità sostenibile e sicurezza stradale, Copenaghen capofila: ciò che purtroppo era facilmente immaginabile è confermato dal report “Living. Moving. Breathing”, da noi commissionato al Wuppertal Institute e pubblicato oggi.

Il rapporto, sulla base degli ultimi dati disponibili, relativi al 2016 e provenienti da fonti pubbliche ufficiali o direttamente dalle amministrazioni cittadine, compara la performance di 13 grandi città europee in fatto di mobilità e sostenibilità dei trasporti, basandosi su 5 parametri: sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva.

A ciascuno dei parametri è stato assegnato un massimo di 20 punti, per un totale raggiungibile di 100 punti. Secondo l’analisi condotta, al primo posto si classifica Copenaghen, con un punteggio di 57 su 100, seguita nell’ordine da Amsterdam (55) e Oslo (50). Ultima classificata Roma, preceduta da Mosca (30,75), Londra e Berlino (appaiate a quota 34,50).

Roma è ultima in graduatoria sia per sicurezza stradale che per gestione della mobilità, e in penultima posizione per mobilità attiva. La Capitale è invece all’ottavo posto su tredici per qualità dell’aria e trasporti pubblici

Per quanto riguarda la sicurezza stradale, durante il 2016 a Roma si sono registrati 25 incidenti mortali che hanno coinvolto ciclisti e 47 che hanno coinvolto pedoni. Nello stesso periodo, ci sono stati 110 incidenti ogni diecimila spostamenti in bici e 133 incidenti ogni diecimila spostamenti a piedi. Roma, in termini di sicurezza stradale, è la città più insicura tra quelle analizzate dalla ricerca del Wuppertal Institute.

La Capitale mostra inoltre indirizzi molto deboli di mobility management, che disincentivano poco o affatto l’uso del mezzo privato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40% dei tempi di spostamento, causato dall’alto numero di automobili presenti sulle strade. Infine, anche se la città ha implementato sistemi di bike e car sharing, la disponibilità di questi servizi è ancora limitata.

Se Roma vuole incrementare la mobilità sostenibile, deve cominciare a proteggere pedoni e ciclisti dal traffico motorizzato, che nella capitale risulta aggressivo e troppo spesso mortale, ma non solo: dovrebbe perseguire l’obiettivo generale di ridurre l’uso privato della macchina implementando sistemi di pedaggio per la mobilità privata. 

Insomma, ci piace pensare che Roma sia capace di raggiungere, e perché no superare, le grandi capitali del Nord Europa: per farlo bisogna puntare su un’idea di mobilità radicalmente diversa da quella attuale! La rivoluzione urbana deve partire adesso e ci vuole energia per farlo: mettila in moto anche tu


May 22, 2018 0

In azione per la democrazia energetica in Europa

La giornata di giovedì 17 maggio è stata molto importante per il futuro delle energie rinnovabili in Italia ed in Europa. A Bruxelles, infatti, si è tenuto un round della negoziazione sulla “Direttiva sulle energie rinnovabili”. Entro il prossimo giugno Parlamento, Consiglio e Commissione europea dovranno arrivare ad una decisione finale, che segnerà il destino delle energie pulite nell’ambito del sistema energetico comunitario.

E per questo i nostri attivisti sono entrati in azione, davanti al Parlamento europeo. Lo hanno fatto per chiedere, a nome di centinaia di persone, una rivoluzione del modello energetico, che garantisca alle persone, alle cooperative e cittadini europei il diritto di produrre e vendere energia da fonti rinnovabili.

Gli attivisti hanno installato dei pannelli solari e coperto parte della facciata del Parlamento europeo con uno striscione, collocando contemporaneamente davanti al palazzo che ospita l’istituzione comunitaria un sole gigante con la scritta “Il nostro sole. La nostra energia. Il nostro futuro.”: sia lo striscione che il sole erano composti da centinaia di selfie inviati da persone di ogni parte d’Europa, segno delle tantissime voci che chiedono all’Ue di sostituire combustibili fossili e nucleare con fonti rinnovabili.

Nonostante il sole e il vento appartengano ad ognuno di noi, i governi europei continuano ad attuare una politica che di fatto scoraggia le persone dall’installare pannelli solari sui propri tetti o aderire a cooperative energetiche rinnovabili, attraverso l’imposizione di tasse aggiuntive o ostacoli burocratici. Gli stessi governi che, per giunta, continuano a incentivare investimenti in carbone, gas e nucleare, riempiendo le tasche di poche grandi multinazionali dell’energia.

È fondamentale che il Parlamento europeo si schieri dalla parte dei cittadini, per garantire un futuro più sicuro, sano e democratico. Il tempo dei monopoli è finito, l’energia deve essere di tutti: è giunto il momento di costruire una vera democrazia energetica.

 

 


May 21, 2018 0

Api, una ricchezza inestimabile

Saremmo in grado di fare a meno del caffè? E di fragole, pesche, pomodori e frutti di bosco? Difficile vero? Eppure senza insetti impollinatori molti ingredienti della nostra cucina non esisterebbero più.

Quando si parla di api il primo pensiero va spesso alla produzione di miele, ma l’associazione che dovremmo fare in realtà è molto più diretta e strabiliante allo stesso tempo, perché è grazie a questi piccoli insetti che possiamo avere delle ricche tavole imbandite nelle nostre case o godere della vegetazione che ci circonda. Un terzo del nostro cibo infatti dipende direttamente dalla loro opera di impollinazione. Ma non è tutto, fino al 75 per cento delle nostre colture subirebbe comunque una riduzione di produttività. Solo in Europa, oltre 4.000 verdure dipendono dall’impollinazione degli insetti, come ad esempio zucchine, albicocche, mandorle e tante altre.

Se questi preziosi insetti sparissero, le conseguenze sulla produzione alimentare sarebbero devastanti.

Per queste ragioni il bando permanente a tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api, votato lo scorso 27 aprile, è una notizia importante per le api, l’ambiente, ma anche per tutti noi.

I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è stato un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

Il bando approvato, e che dovrebbe entrare in vigore entro la fine dell’anno, estende quello parziale già in essere dal 2013 per tre neonicotinoidi – l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta (all’epoca invece l’Italia votò contro). Rimane invece consentito il loro utilizzo solo all’interno di serre permanenti.

E’ solo di pochi giorni fa, invece la notizia che la Bayer e la Syngenta hanno perso i ricorsi che avevano fatto nel 2013 proprio contro il bando parziale. All’epoca anche Greenpeace era intervenuta nella diatriba legale, per fornire prove e argomentazioni a sostegno delle restrizioni.

 Il Tribunale dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione Ue ha agito correttamente nell’imporre le restrizioni parziali sull’uso di tre insetticidi dannosi per le api e ha quindi confermato le restrizioni del 2013, respingendo i due ricorsi separati di Bayer e Syngenta.

La Corte ha affermato che il principio di precauzione dell’Unione europea “fa prevalere le esigenze connesse alla protezione della salute pubblica, della sicurezza e dell’ambiente sugli interessi economici”.

 La sentenza rimarca quindi le priorità dell’UE: il suo compito principale è proteggere le persone e l’ambiente, non il fatturato delle aziende. 

Oltre ai tre insetticidi vietati, però, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi altri quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altri insetticidi quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos. Per evitare che questi tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, l’Unione europea dovrebbe bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. È inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l’uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

E per fare ciò, vanno ripensate profondamente le attuali pratiche di agricoltura industriale, per dirigerci con decisione verso un modello agricolo ecologico e sostenibile, che sia basi sulla biodiversità e non su un uso massiccio della chimica di sintesi.

Per fortuna la battaglia a tutela delle api non è ancora persa: un cambiamento è ancora possibile. Esistono soluzioni valide e una via d’uscita per l’attuale crisi dell’agricoltura industriale: si chiama agroecologia Ovvero un’agricoltura che lavora con la natura e non contro di essa. In grado di produrre cibo sano per tutti, e allo stesso tempo proteggere il Pianeta e le api. Pratiche agricole ecologiche sono fattibili su larga scala e sono praticate – con successo – dagli molti agricoltori in tutta Europa, ma vanno ampliate e sostenute, sia a livello politico che economico.

Attenzione però, non dobbiamo aspettare solamente soluzioni che ci calino dall’alto. Ognuno di noi, nel quotidiano, con semplici gesti può diventare parte della soluzione.

Gesti semplici – come quelli suggeriti sul sito web http://salviamoleapi.org/ – ad esempio piantare semi amici delle api nel proprio giardino o sul balcone, e soprattutto scegliere con cura gli alimenti che acquistiamo.

Prediligere ad esempio un prodotto che proviene da agricoltura biologica non solo ci offre la garanzia di non portare residui di pesticidi sulle nostre tavole, ma fa si che anche le api e le aree di produzione vengano tutelate, e suolo acqua e aria non siano contaminate con erbicidi, insetticidi o fungicidi.

Il cambiamento sta in ognuno di noi e solo insieme possiamo ottenerlo.

 

 


May 18, 2018 0

L’Italia deferita alla Corte europea

Sforati i limiti di inquinamento atmosferico

Il provvedimento adottato dalla Commissione europea, che ha deferito il nostro Paese davanti alla Corte di Giustizia, non sorprende nessuno. Era annunciato da tempo e l’Italia ha fatto di tutto o quasi per meritarlo. L’Italia è indietro su molti fronti, quanto a tutela della qualità dell’aria. Ma certamente quello dei trasporti mostra le maggiori criticità. Abbiamo un livello di motorizzazione molto più alto degli altri Paesi dell’Unione, mentre la mobilità sostenibile stenta a crescere. Un sistema che si basa sul mezzo privato a benzina o gasolio è un sistema che fa male alla salute delle persone e anche al clima!

 

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Italia si registrano ogni anno oltre 80 mila morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. Solo lo scorso anno sono stati 39 i capoluoghi italiani in cui almeno una centralina di monitoraggio dell’aria ha fatto registrare il superamento del limite annuale di 35 giorni con concentrazioni medie superiori a 50 μg/m3 (microgrammi per metro cubo). Tra queste città, ve ne sono addirittura 5 in cui i giorni di sforamento dei limiti di legge sono stati più di 100 (e ve ne sono molte altre con valori appena inferiori). La Pianura Padana, la Valle del Sacco nel frusinate e altri territori della Penisola sono in piena emergenza ambientale e sanitaria.

Oltre al PM10, in Italia resta da affrontare seriamente il grave impatto causato dal biossido di azoto, un inquinante tipico del settore trasporti e dei diesel in particolare. Questo inquinante, in Italia, è responsabile di oltre 17 mila morti premature l’anno e sul biossido di azoto è aperta una ulteriore procedura di infrazione contro l’Italia. Il nostro Paese ha rappresentato negli ultimi anni uno dei mercati più floridi per le auto a gasolio, mentre la penetrazione della mobilità elettrica è molto più bassa rispetto ai Paesi del nord Europa. Se le cose non cambieranno, è facile aspettarsi che anche la procedura d’infrazione per il biossido d’azoto possa concludersi con un deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia.

Rivendica il tuo diritto a respirare aria pulita, FIRMA la nostra petizione Stop Diesel


May 17, 2018 0

I petrolieri pronti a bombardare lo Ionio

Air gun in un’area preziosa per l’ecosistema marino a Santa Maria di Leuca

Prosegue l’attacco dei petrolieri ai mari italiani: stavolta a farne le spese sarebbero le acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca, un’area che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity – CBD), è classificata come una “EBSA” (Ecologically or Biologically Significant Marine Areas): ovvero, come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso.

La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili sotto i nostri fondali è il fattore che muove, in questo caso, la Edison S.p.A. (Permesso di Ricerca di Idrocarburi Liquidi e Gassosi “d 84F.R-EL”); e avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun, un dispositivo che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore.

Lo denunciamo con il nostro rapporto, “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”.

Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di airgun, disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet. Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi; in questo caso colpirebbero molto specie: tonni, pesci spada, squali; e mobule, cetacei, tartarughe caretta, nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche.

 

La scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o “coralli bianchi”) al largo di Santa Maria di Leuca ha inoltre fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. Questi banchi di coralli di profondità sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari (o celenterati: coralli, anemoni…: 31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”.

La richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di questo tratto di mare è lacunosa ed omissiva, nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente. Per questo non staremo a guardare, ma presenteremo le nostre osservazioni nel merito al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per chiedere il respingimento di questo ennesimo tentativo di oltraggio ai nostri mari.


May 8, 2018 0

Centrali galleggianti, l’ennesima follia nucleare

Trentadue anni fa, il più grande incidente nucleare civile del mondo ha contaminato vaste aree dell’Europa. Le nuove generazioni potrebbero non ricordare che per alcuni mesi, in Paesi come l’Olanda e la Germania, gli spinaci e altre verdure a foglia larga dovettero essere distrutte, che in tutta l’Europa le mucche furono costrette ad andare in stalla, con il latte fresco che veniva tolto dagli scaffali dei negozi, e che per più di due decenni un gran numero di renne in Lapponia, di pecore nel distretto dei laghi inglesi e di cinghiali nel Schwarzwald tedesco dovette essere eliminato a causa dell’elevatissima contaminazione radioattiva.

Nei Paesi che hanno subito il maggior impatto – la Bielorussia, l’Ucraina e la Russia – centinaia di chilometri quadrati sono ancora troppo inquinati perché la popolazione possa tornarci a vivere, e diversi milioni di persone in un’area più ampia continuano a vivere la contaminazione come un rischio abituale nella loro vita quotidiana. Nel luogo della catastrofe, la comunità internazionale solamente l’anno scorso è stata in grado di coprire con un nuovo sarcofago il reattore esploso, in modo da poter consentire l’avvio dei lavori di bonifica. Sempre ammesso che venga sviluppata una tecnologia utile a poterlo fare. Dal 26 aprile 1986, dunque, abbiamo avuto conferma dall’esperienza diretta che esistono grandi rischi connessi all’energia nucleare.

Sette anni fa la catastrofe di Fukushima ha dimostrato che questo rischio esisterà fino a quando avremo energia nucleare. La famosa lezione di questo disastro, citata in molte pubblicazioni, anche dal settore nucleare, è “pensa l’impensabile”.

Una centrale nucleare galleggiante? Dite sul serio?
Nelle prossime settimane, il gigante nucleare russo Rosatom intende trasferire per un’ulteriore preparazione la prima centrale nucleare galleggiante mai progettata al mondo [1], la “Akademik Lomonosov”, da San Pietroburgo fino a Murmansk, attraverso il Mar Baltico, e circumnavigando la Norvegia. Una volta arrivato a destinazione, il reattore galleggiante sarà caricato con combustibile nucleare e testato a pochi chilometri di distanza dai 300 mila abitanti di Murmansk. Inizialmente, Rosatom aveva progettato di caricare il combustibile nucleare e di effettuate i test della “Akademik Lomonosov” già nel cantiere Baltiysky, nel centro di San Pietroburgo, a 2,3 chilometri dalla cattedrale di Sant’Isacco.

 

Cosa potrebbe andare storto?
Il regolatore nucleare russo Rostechnadzor aveva mosso delle sommesse critiche a questo progetto. Ma fino a che non sarà in funzione una volta ormeggiato a Pevek, il reattore galleggiante non potrà ancora essere considerato una centrale nucleare, ma una chiatta. E dunque, a causa di questa falla nella legge sul nucleare, il regolatore non ha ancora la titolarità completa per poter effettuare le ispezioni né un mandato per presentare delle critiche. Solo una petizione firmata da dodicimila cittadini di San Pietroburgo, le interrogazioni all’assemblea legislativa della città e le gravi preoccupazioni espresse dai Paesi del Mar Baltico sul trasporto di due reattori pieni di combustibile nucleare irraggiato, senza che l’imbarcazione abbia una propria propulsione, hanno costretto Rosatom a mostrare un po’ di buon senso. Dunque il combustibile nucleare verrà ora inviato a Murmansk in treno.

Da Murmansk, la “Akademik Lomonosov” sarà rimorchiata l’anno prossimo per 5 mila chilometri in stato di carico (e per via dei test, con combustibile nucleare) lungo una rotta del Mar del Nord che, a causa del cambiamento climatico, è spesso parzialmente privo di ghiaccio, fino al minuscolo porto di Pevek, nella regione del nord-est della Chukotka.

A Pevek l’obiettivo è di fornire 70 MW di elettricità ad una popolazione di circa 5 mila persone, al porto e alle miniere di carbone. Ma non è tutto. La “Akademik Lomonosov” sarà il primo esempio di una flotta di centrali nucleari galleggianti stazionate nell’Artico russo. Rosatom ha recentemente ricevuto il mandato di gestire tutte le spedizioni e lo sviluppo lungo la rotta del Mare del Nord: una mossa per preparare il terreno per lo sfruttamento su larga scala della parte russa dell’Artico, alla ricerca cioè di petrolio, gas e carbone. Queste centrali nucleari galleggianti devono fornire energia per estrarre combustibili fossili, la causa stessa della distruzione del clima.

Già nel 1995 gli ingegneri di Rosatom avevano proposto all’Agenzia internazionale per l’energia atomica di sviluppare centrali nucleari galleggianti per la produzione di elettricità e per la desalinizzazione dell’acqua di mare in altre parti del mondo, come le isole remote in Indonesia e nelle Filippine. Un esempio che anche la Cina intende seguire su isole remote.

Ma cosa potrebbe succedere, ad esempio, in caso di tsunami? A causa dello tsunami che devastò l’Asia meridionale nel 2004 alcune navi furono letteralmente trascinate per chilometri nell’entroterra. Vogliamo ricordare quello che è accaduto a Fukushima nel 2011? Abbiamo già dimenticato quelle immagini?

Se questo sviluppo non verrà fermato, la prossima catastrofe nucleare potrebbe essere una Cernobyl-on-ice o una Chernobyl-on-the-rocks.

[1] La prima centrale nucleare al mondo montata su una nave, la statunitense Sturgis o la MH-1A, non è stata specificamente progettata per questo scopo. Era una vecchia nave Liberty su cui era installato un reattore. E non è stato un vero successo. Ha funzionato solo 7 anni nella zona del Canale di Panama, è stata poi messa fuori servizio, essendo stata danneggiata da una tempesta, lasciata in un deposito e poi dimenticata per 38 anni. Attualmente è in fase di smantellamento negli Stati Uniti, a Galveston.

Rashid Alimov è il coordinatore del progetto antinucleare di Greenpeace Russia

Jan Haverkamp è il consulente esperto in materia di energia nucleare per Greenpeace Europa centrale e orientale

 


April 26, 2018 0