Category: News Energia

Consulenza aziendale

Plastic Radar: i risultati

L’usa e getta di San Benedetto, Coca-Cola e Nestlé inquina i mari italiani

Vi abbiamo chiesto una mano e voi c’eravate: ci avete segnalato quasi 6800 rifiuti, il 90% dei quali in plastica usa e getta, e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé. Sono questi i dati di Plastic Radar, l’iniziativa che abbiamo lanciato pochi mesi fa, per raccogliere le segnalazioni di rifiuti in plastica attraverso WhatsApp e far luce sullo stato dell’inquinamento da plastica sulle spiagge, sui fondali e nei mari italiani. 

Più di 3200 persone hanno partecipato a Plastic Radar diventando parte attiva nella denuncia di questa grave crisi ambientale e chiedendo un cambio di direzione nell’attribuzione della responsabilità.

Sebbene Plastic Radar non rappresenti un rigoroso strumento di analisi scientifica, la numerosità del campione di segnalazioni ottenute consente un buon livello di confidenza in merito ai risultati dell’attività. L’analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica presenti lungo i litorali italiani ha permesso non solo di far luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti, ma di individuare anche i marchi e le aziende produttrici.

Delle quasi 6800 segnalazioni valide ricevute, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, in gran parte rappresentati da:

  • bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento)
  • confezioni per alimenti (circa il 10 per cento),
  • frammenti (6 per cento),
  • sacchetti di plastica (4 per cento),
  • bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento)
  • e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).

Per quel che riguarda le reti da pesca, la maggior parte è stata segnalata dalle coste del Mar Adriatico e del Mar Ionio, con un contributo importante delle reti tubolari utilizzate da alcuni anni negli allevamenti di cozze.

Considerando che la tipologia di rifiuto in plastica più segnalata è rappresentata dalle bottiglie per l’acqua minerale e le bevande, non sorprende che il PET (Polietilene Tereftalato) sia risultato il polimero più comune nei mari italiani, seguito dall’HDPE (Polietilene ad alta densità). Dalle segnalazioni in cui è stato possibile identificare il marchio di appartenenza, è emerso che gran parte di queste era riconducibile alle aziende produttrici San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé.


September 21, 2018 0

Tempo scaduto per le auto a benzina e gasolio!

Entro dieci anni bisognerà dire addio ai motori “fossili” o sarà game over per il Pianeta

Da un nuovo studio commissionato da Greenpeace al prestigioso istituto di ricerca tedesco DLR è emerso che solo terminando la vendita di auto a benzina, a gasolio e delle ibride convenzionali entro il 2028 sarà possibile, per l’Europa, rispettare gli impegni presi con gli accordi di Parigi. 

Il rapporto chiarisce anche che il numero delle auto a benzina e gasolio circolanti sulle strade europee dovrà ridursi dell’80 percento entro il 2035, e che le auto con motori a combustione interna rimarranno tra le flotte europee fino ai primi anni ’40.

Il phase out dei motori ‘fossili’, alimentati con i derivati del petrolio, avrà effetti positivi non solo per il clima, ma aiuterà significativamente a migliorare la qualità della nostra vita, riducendo la crisi sanitaria che viene dall’inquinamento atmosferico e che in Europa provoca circa 400 mila morti premature l’anno.

Si tratta di una rivoluzione che si concretizzerà solo se i governi nazionali e l’industria dell’automobile si faranno pienamente carico della sfida per la difesa del clima. Nonostante ciò, il confronto tra il Parlamento Europeo e i Paesi membri dell’Unione riguardo ai tetti di emissione di gas serra per automobili e veicoli commerciali leggeri mostra, ad oggi, quanto i politici europei siano ancora lontani dal senso profondo di questa sfida.

Aiutaci a cambiare aria! Unisciti a noi e chiedi ai governi europei di garantire che la vendita di auto “a petrolio”, incluse le ibride convenzionali, termini entro il 2028!

 


September 20, 2018 0

“Final countdown”, il nuovo rapporto che inchioda i produttori di olio di palma

24 milioni di ettari di foresta pluviale, poco meno della superficie dell’intero Regno Unito [1]. Sono questi, secondo i dati ufficiali del Governo indonesiano, gli ettari rasi al suolo tra il 1990 e il 2015. Il nuovo rapporto di Greenpeace “Final countdown” rivela che dalla fine del 2015 altri 130.000 ettari di foresta pluviale sono stati distrutti, il 40% dei quali in Papua, una delle regioni più ricche di biodiversità del Pianeta.

 

Sono 193 le specie in grave pericolo di estinzione, minacciate e vulnerabili a causa dalla produzione indiscriminata di olio di palma. In soli 16 anni abbiamo perso la metà degli oranghi del Borneo e più di tre quarti del parco nazionale di Tesso Nilo, che ospita tigri, oranghi ed elefanti, è stato trasformato in piantagioni illegali di palme da olio.

 

Il rapporto “Final countdown” rivela anche come venticinque importanti produttori di olio di palma siano responsabili non solo di deforestazione, ampliamento illegale delle proprie piantagioni e incendi, ma anche di sfruttamento dei lavoratori.

 

Colgate-Palmolive, General Mills, Hershey, Kellogg’s, Kraft Heinz, L’Oreal, Mars, Mondelez, Nestlé, PepsiCo, Reckitt Benckiser e Unilever hanno acquistato olio di palma da almeno venti di questi produttori. 

Wilmar, il più grande operatore mondiale di olio di palma, da almeno diciotto.

Nel 2013, Greenpeace International aveva rivelato che Wilmar e i suoi fornitori erano responsabili della deforestazione, degli incendi nelle torbiere e della massiccia distruzione dell’habitat della tigre di Sumatra. Alla fine di quell’anno, la multinazionale aveva annunciato una ambiziosa politica di “no-deforestazione, no-distruzione delle torbiere e no-sfruttamento dei lavoratori”. Promesse! Come si legge nel nuovo rapporto, Wilmar continua ad acquistare olio di palma da fornitori che distruggono le foreste, ed espropriando la terra alle comunità locali.

Purtroppo non è l’eccezione ma la regola. Tra il 2010 e il 2015 numerose multinazionali che utilizzano olio di palma nei propri prodotti si sono impegnate a eliminare dalla propria catena di approvvigionamento il collegamento a deforestazione, distruzione delle torbiere e violazione dei diritti dei lavoratori e comunità locali entro il 2020. Nonostante ciò, la distruzione delle foreste pluviali indonesiane a causa dell’espansione delle piantagioni di palma da olio non ha mostrato alcun segno di rallentamento.

Per queste ragioni chiediamo nuovamente alle aziende di rispettare e far rispettare ai propri fornitori gli impegni presi entro il 2020 per fermare la distruzione delle foreste indonesiane prima che sia troppo tardi. Non si può più aspettare.

Aiutaci, chiedi alle multinazionali di non acquistare più olio di palma prodotto a discapito delle foreste e dei diritti umani. Firma la petizione

Scarica il rapporto “Final Countdown” qui.

Fonti:

[1] Figures cover loss of natural forest:

1990–2012: MoEF (2016b) Table Annex 5.1, pp90–1 – gross deforestation 21,339,301ha

2012–2013: MoEF (2014) Lampiran 1, Tabel 1.1 – gross deforestation 953,977ha

2013–2014: MoEF (2015) Lampiran 1, Tabel 1.1 – gross deforestation 567,997ha

2014–2015: MoEF (2016a) Lampiran 1, Tabel 1.1 – gross deforestation 1,223,553ha

 


September 19, 2018 0

“Il Paradiso può attendere”, un lascito per proteggere il Pianeta

Destinare un lascito è un gesto di amore per il Pianeta e insieme un’azione concreta per difenderlo, un’eredità di progetti e promesse per la nostra Terra.

A ridosso della giornata mondiale per i lasciti che sarà celebrata il 12 settembre, lanciamo una nuova campagna di sensibilizzazione sui lasciti testamentari: il lascito a Greenpeace permette di continuare a vivere nelle bellezze del Pianeta, negli elementi naturali che hanno caratterizzato la nostra vita e ai quali siamo più legati.

Una campagna di promozione dei lasciti testamentari ma anche di commemorazione delle diverse persone che negli ultimi 20 anni hanno scelto di destinarci un lascito, compiendo un nobile gesto: uomini e donne che continuano a contribuire alle nostre battaglie ambientaliste e alla costruzione di un futuro verde e di pace.

La propensione degli italiani a fare un lascito solidale è aumentata del 55 per cento negli ultimi anni. Tale dato emerge dalla seconda edizione della ricerca presentata al Comitato Testamento Solidale, di cui anche Greenpeace fa parte da quest’anno.

 


September 10, 2018 0

Brand audit: la pulizia della spiaggia 2.0 che scopre chi inquina

Organizza anche tu un Brand Audit seguendo il protocollo Break Free From Plastic.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è imbattuto in un rifiuto di plastica sulla spiaggia e molto probabilmente lo ha raccolto e gettato nel cestino. Un gesto lodevole e doveroso che in questi mesi, a causa del crescente inquinamento da plastica dei nostri mari, ha trovato il consenso e l’appoggio di numerosi cittadini. Altrettanto spesso capita di tornare qualche giorno dopo nella stessa spiaggia e trovarla nuovamente piena di rifiuti in plastica. Non sarebbe forse il caso di organizzare una pulizia della spiaggia? Ebbene sì, può essere la soluzione! Una massiccia operazione di pulizia può permettere di rimuovere buona parte della plastica facendola confluire nella raccolta differenziata.

Ma il riciclo funziona davvero?

Per anni ci è stato detto che è la soluzione per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica ma la realtà è che, dagli anni ‘50 ad oggi, meno del 10% della plastica prodotta è stata correttamente riciclata, mentre il resto è finita negli inceneritori, nelle discariche o dispersa nell’ambiente e di conseguenza in mare. E la percentuale di riciclo, nonostante sia aumentata negli ultimi anni, in Italia  è oggi pari a circa il 40%. Ciò dimostra che la responsabilità di questo inquinamento non può ricadere solo su noi cittadini, ma sono piuttosto le grandi aziende, che continuano ad immettere sul mercato enormi quantità di plastica monouso senza darci delle reali alternative, a doversi assumere le proprie responsabilità!

È per questo che, insieme ad altre organizzazioni che fanno parte della coalizione internazionale #Breackfreefromplastic, abbiamo deciso di puntare i riflettori proprio su quei grandi marchi che usano quantità enormi di plastica usa e getta. La stessa coalizione, consapevole che una semplice pulizia della spiaggia da sola non può bastare a contrastare efficacemente l’inquinamento dei nostri mari, ha messo a punto la metodologia del “Brand Audit”, che, oltre alla raccolta dei rifiuti, ci mostra a quali marchi appartengono gli oggetti raccolti. L’obiettivo è quello di creare una mappa globale dei rifiuti in plastica presenti sulle spiagge del Pianeta e individuare quali sono i marchi maggiormente responsabili di questo disastro.

 

LA RICETTA PER IL BRAND AUDIT

Occorrente:

– istruzioni e tabella di classificazione #BreakFreeFromPlastic

– un paio di  guanti protettivi
– una bilancia pesa-persona per pesare i rifiuti

– un telo su cui disporre i rifiuti per catalogarli

– dei sacchi per raccogliere i rifiuti e differenziarli

1) Individua un tratto della spiaggia in cui compiere l’attività

2) Raccogli tutti i rifiuti che trovi, dividendoli in base alla tipologia (confezioni alimentari, cura della persona, cura della casa)

3) Pesa e conta i rifiuti

4) Se possibile, identifica i marchi degli oggetti raccolti

5) Inserisci i dati nella tabella

6) Carica i dati sul sito #BreakFreeFromPlastic, entro il 20 di settembre.

 

Cosa aspetti?

Organizza anche tu un Brand Audit seguendo il protocollo Break Free From Plastic.
Se preferisci, usa i file in italiano che trovi di seguito:

  1. Istruzione Brand Audit;
  2. Tabella per la classificazione;
  3. Guida caricamento dati online.

 

 

Grazie di cuore per tutto ciò che farai per il mare!


September 3, 2018 0

Vittoria! Bloccato l’ampliamento dell’oleodotto Trans Mountain in Canada!

Respinta dalla Corte d’Appello Federale la proposta di espansione di Trudeau

Buone notizie dal Canada: accogliendo il dissenso delle popolazioni indigene e la pressione dei gruppi ambientalisti, la Corte d’Appello Federale canadese ha stabilito che il Governo di Trudeau non ha consultato le popolazioni indigene canadesi sul progetto di espansione dell’oleodotto Trans Mountain e non ha considerato gli impatti del traffico di petroliere e le conseguenze che avrebbero comportato.

Insomma, la Corte ha confermato che i diritti delle popolazioni indigene non sono sono stati rispettati, ribadendo che la consultazione con le comunità che sarebbero colpite da questi pericolosi progetti non è stata adeguata.

Questa decisione non è solo una grande vittoria per le popolazioni indigene del Canada, ma per tutti coloro che hanno a cuore il Pianeta.

Una decisione che rafforza un concetto molto chiaro: anche dal punto di vista finanziario l’ampliamento degli oleodotti che trasportano il petrolio estratto dalle sabbie bituminose è un passo molto rischioso. Le banche e gli istituti di credito che intendono finanziare le fonti fossili devono riconsiderare questo genere di investimenti che spesso incorrono in sentenze sfavorevoli, ritardi, costi molto alti per coprire i rischi di fuoriuscite di petrolio e generano crescente opposizione da parte dell’opinione pubblica.

Questo è un primo significativo ritardo per i progetti del governo Trudeau, che solo pochi mesi fa, a maggio, aveva deciso di ricomprare dalla compagnia Kinder Morgan per 4 miliardi e mezzo di dollari l’oleodotto Trans Mountain e i progetti di espansione ad esso collegati!

La Corte, rilevando che la consultazione con le Prime Nazioni è stata inadeguata, ha intimato al Governo di correggere i propri errori e riavviare le attività di consultazione.

L’ostinata volontà di Trudeau e del suo governo di supportare l’espansione dell’oleodotto Trans Mountain continua a indebolire il ruolo del Canada come leader nella difesa del clima ed è incompatibile con gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi e con la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite: accordi entrambi firmati dal governo canadese.

Continuiamo a batterci contro gli oleodotti del Canada e del Nord America: aggiungi il tuo nome!


August 31, 2018 0

Da maestose predatrici a vittime indifese: il destino delle orche nel mare di Salish.

Anche sui media italiani è arrivata la storia commovente di un’orca che ha vegliato per diversi giorni il suo cucciolo morto mezz’ora dopo la nascita. È una storia terribile, che ci colpisce perché noi umani possiamo essere partecipi del dolore di questa madre. È una storia che ci avvicina a questi animali. L’orca è un predatore, feroce come tutti i predatori che devono cacciare per sfamare se stessi e i loro cuccioli, allattandoli. Assassina, lo è solo nei film. È un animale magnifico, come tigri, leoni, e altri grandi predatori. Che, come l’orca oggi sono in pericolo.

In particolare: questa orca è, oggi, in gravissimo pericolo. Quest’orca, aveva dato alla luce il primo cucciolo che la sua “famiglia” ha visto nascere dal 2015. Del gruppo cui appartiene quest’orca, sono rimasti oggi solo 75 esemplari. In bilico tra sopravvivenza ed estinzione. E adesso, proprio qui, nel Mare di Salish, il governo canadese vuol fare arrivare un mega oleodotto e espandere un porto che già oggi serve per caricare petrolio sulle petroliere. Perché?

Semplicemente, per poter esportare, negli USA e in Asia, il peggior petrolio del mondo. Petrolio che deriva dalle sabbie bituminose dell’Alberta. Per estrarre un barile di petrolio da queste sabbie bisogna usare energia equivalente a… mezzo barile di petrolio. Ma non ci sono solo i costi energetici per lo scavo, la desolforazione e gli altri processi di estrazione. Per ogni barile di petrolio così prodotto, si contaminano infatti non meno di tre/cinque barili d’acqua e si distruggono enormi estensioni di foresta. Le sabbie bituminose non sono solo una “bomba climatica”, sono un crimine ambientale sotto ogni punto di vista.

A tutto questo, adesso aggiungiamo i rischi di un nuovo oleodotto. Oggi c’è già un terminale petrolifero a Burnaby, nella Columbia Britannica: il progetto di espansione prevede un aumento di sette volte del traffico di petroliere da questo terminal. Già oggi queste acque, tra le più ricche di diversità biologica del pianeta, sono pericolosamente trafficate e la precaria situazione della popolazione di orche dimostra che questo meraviglioso ecosistema è già in pericolo. Ma un aumento del traffico di petroliere inevitabilmente porterà maggiori rischi e potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. Inquinamento, rischio di collisioni e soprattutto rumori, che per un animale come l’orca, che vive in un mondo di suoni che noi umani difficilmente possiamo immaginare, sono oltre il limite della sopportazione.

E tutto questo per soldi, distruggendo una delle ultime grandi foreste boreali, inquinando fiumi e laghi di cui vivono le comunità locali e mettendo sempre più in pericolo il clima del pianeta. Oltre che l’ultimo gruppo di orche che ancora si ostina a vivere tra Vancouver e Seattle.


August 10, 2018 0

Il Premio “Terra e Pace” a Greenpeace.

È bene non dimenticare la lunga sequenza di orrori che si scatenò quel 6 agosto 1945, alle otto del mattino (ore 08:16:08) quando Little Boy illuminò il cielo di Hiroshima. Non solo per le oltre 60.000 persone che morirono subito (forse, i meno sfortunati) e nemmeno per le decine, o centinaia, di migliaia di vittime che seguirono nei mesi, e poi negli anni, successivi.

Cosa abbiamo imparato da quella lezione? Viviamo forse in un mondo più sicuro? Oggi bastano i tweet di potenti squinternati a farci ripiombare nel clima degli anni della guerra fredda, quando a lungo si fronteggiarono blocchi di Paesi, sfidandosi con quelle odiose minacce di morte. Pochi oggi forse ricordano qual è stato a lungo il vero significato di nomi come Comiso, Aviano, Ghedi: è anche quello il passato (e per Aviano e Ghedi il presente: una cinquantina di bombe atomiche sono ancora lì) del “deterrente nucleare” in Italia.

L’arma finale per anni ha condizionato le nostre vite. Per anni abbiamo dovuto convivere, o lottare, non solo contro le “bombe atomiche” ma pure contro “il nucleare”, contro la bufala di una produzione energetica sicura e a basso costo che, a conti fatti, è servita soprattutto a produrre qualche decina di tonnellate di plutonio (per le bombe ovviamente). L’energia elettrica era solo il sottoprodotto di un sistema controllato da esigenze militari e il termine “tecnologia a doppio uso” riassume bene la doppiezza, l’inganno di cui siamo ancora vittime.

Anche per questo, perché siamo tutte ancora vittime di un colossale inganno cui ci ribelliamo, Greenpeace accetta con umiltà e riconoscenza il Premio “Terra e Pace” che ci viene assegnato in occasione e memoria del 73° anniversario della tragedia di Hiroshima perché la nostra associazione è “impegnata da anni nella difesa del Pianeta, nella tutela dell’ambiente per un modello di sviluppo sostenibile in grado di prevenire le cause dei conflitti internazionali e le migrazioni ambientali legate ai mutamenti clima.


August 6, 2018 0

Buone notizie per i pinguini!

Le grandi aziende di pesca al krill si impegnano a tutelare l’Antartico

La maggior parte delle compagnie che pescano krill in acque antartiche ha annunciato di voler fermare volontariamente questa attività in vaste aree attorno alla Penisola Antartica, tra cui alcune “zone cuscinetto” attorno alle colonie riproduttive dei pinguini, per tutelare la fauna di questa parte di Pianeta. Il krill è un piccolo gamberetto, un elemento chiave delle reti alimentari nell’Oceano Antartico, essendo il cibo di pinguini, foche, balene e altri organismi marini.

 Chinstrap penguins, Half Moon Island, Antarctic, 20th March 2018. Greenpeace is documenting the Antarctic's unique wildlife and landscapes to strengthen the proposal to create the largest protected area on the planet, an Antarctic Ocean Sanctuary. Photo: Paul Hilton / Greenpeace

Le compagnie di pesca si sono inoltre impegnate a sostenere il processo politico e scientifico volto alla creazione di una grande rete di aree marine protette in Antartide, anche in aree fino ad oggi interessate dalle loro attività. Queste compagnie, che rappresentano l’85% dell’industria della pesca al krill in Antartide, sono i membri della Association of Responsible Krill (ARK): Aker BioMarine, CNFC, Insung, Pescachile e Rimfrost.

Sarebbe stato possibile senza la pressione di tante persone che ci seguono? Certo che no!

Oltre un milione e 700 mila persone hanno sostenuto a livello globale la nostra campagna per proteggere l’Oceano Antartico, 80 mila anche in Italia. A loro – a voi!- va il nostro ringraziamento!


July 10, 2018 0

È tempo di lasciare il carbone dov’è (sottoterra)

Chiediamo a Generali di non assicurare il nuovo carbone in Repubblica Ceca

CEZ, l’azienda fornitrice dell’energia della Repubblica Ceca, ha pubblicato una gara rivolta alla copertura assicurativa di una nuova unità della centrale a carbone di Ledvice TPP.

Si tratta di un impianto che già oggi brucia tonnellate di lignite (il carbone più inquinante) e che potrebbe diventare sei volte più grande con il sostegno economico delle aziende disposte ad investire 1,6 miliardi di euro in questo folle progetto.

La centrale di Ledvice prende il carbone dalla vicina miniera di Bilina, una miniera di lignite a cielo aperto.

Nel 2015, il governo Ceco aveva approvato l’espansione della miniera, aggirando la legislazione in merito ai limiti territoriali delle miniere in vigore fino ad allora, con l’obiettivo di continuare ad estrarre lignite da Bílina fino al 2055. Se questo piano dovesse andare avanti, devasterebbe ulteriormente un territorio che paga già un prezzo elevatissimo a causa dell’industria del carbone.

Per questo abbiamo scritto alle Assicurazioni Generali una lettera in cui le chiediamo pubblicamente di rinunciare a questo sporco affare

Grandi gruppi assicurativi europei tra cui Allianz, Axa, Scor e ZurichRe hanno già deciso di uscire dal carbone, sia in termini di investimenti che di coperture assicurative: se Generali è realmente intenzionata a fare la sua parte nella lotta ai cambiamenti climatici, come ha detto di voler fare, questo è il momento di iniziare a dimostrarlo, rinunciando al bando indetto da CEZ!

Aiutaci a fare pressione sul Leone di Trieste: twitta con noi!

 

 


July 3, 2018 0